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Enrico Fink e Marcella Carboni

X Settimana della Lingua Italiana

Un viaggio musicale nelle parlate degli ebrei italiani dal rinascimento ai giorni nostri (ma non v'impachadite, non si fa tutta una meghillà)* *non vi spaventate, non ne faremo una cosa troppo lunga Oggi, pensando agli ebrei d'Italia, si pensa a una comunità piccola, i cui esigui numeri sembrano significare poco sia sul piano nazionale che nel contesto più generale del mondo ebraico. Eppure, la storia ebraica si intreccia indissolubilmente, da più di duemila anni, con la storia dei popoli e dei territori d'Italia. A Roma vive oggi la comunità ebraica che nel mondo è la più longeva, memore di un tempo quando ancora il Tempio di Salomone si ergeva a Gerusalemme, e la lunga storia della diaspora ebraica non si poteva nemmeno immaginare; il sud Italia, prima che la “cacciata” dai territori spagnoli del 1492 non si espandesse fino alla Sicilia e al nostro meridione, ha ospitato ebrei di enorme cultura, capaci di rappresentare la testa di ponte verso l'Europa delle grandi correnti del pensiero ebraico che si andavano sviluppando in Medio Oriente e nei territori a dominazione araba (e furono famiglie italiane, originarie del sud Italia, a dare nel Medioevo la scintilla che fece crescere e proliferare in centro Europa il grande mondo dell'ebraismo ashkenazita); dal Rinascimento in poi, il nord Italia ha continuato ad ospitare centinaia di comunità capaci di fondere al loro interno le memorie antiche degli ebrei romani con i nuovi arrivati, i profughi sefarditi dai territori spagnoli e del mediterraneo, ma anche gli ebrei tedeschi ed est europei che a più riprese cercarono in questa o quella corte italiana un rifugio dalle persecuzioni patite altrove. Questa è una storia di genti, di culture, di musica, di lingue. Nelle tante comunità italiane hanno vissuto idiomi, parlate locali, veri e propri dialetti nati dalla mescolanza di memorie, esperienze, esilii; spesso cementate dall'esperienza dei ghetti, che per due secoli tennero gli ebrei di molte città italiane in una stretta, forzata, convivenza. E se del giudaico-romanesco ancora oggi non manca chi si sforza di mantenerlo in vita – di scrivere poesie, di recitarne commedie, di parlarlo – di altre lingue ricche e preziose stiamo rischiando di perdere traccia. Si trovano ancora, per fortuna, esperti e studiosi del bagitto, figlio oltre che dell'ebraico e del livornese degli ebrei che lo parlavano, ma anche e soprattutto del castigliano degli antenati di quegli stessi ebrei. Ma del ghettaiolo che si parlava a Ferrara, di cui qualche parola resta nelle memorie della mia famiglia, ho paura che sia difficile trovare tracce al giorno d'oggi. E lo stesso si potrebbe dire di parlate locali della Toscana, del Veneto, del Piemonte, e così via... Questo concerto si muove fra le filastrocche della cena pasquale, come “Khad Gadya”, il capretto (che diventa la capra, anzi la crava, in una versione piemontese) che ne dà il titolo, fra poesie rinascimentali dell'Emilia ebraica, tirate in giudaico-fiorentino, canzoni in bagitto livornese e in giudaico-romanesco, passando per canti nell'antico yiddish che nel Rinascimento vide proprio in Italia la stampa dei suoi primi volumi. Ma è soprattutto un viaggio, divertente, a tratti commovente, capace di gettare uno sguardo vivo su un pezzo della nostra storia, lontano da folklorismi e da rievocazioni lacrimose del “tempo che fu”. E prima di aver fatto gnossescialòm, cioé tre passi indietro, e modìm, cioè aver ringraziato, speriamo che saremo riusciti a fare per tutti – anche per i gnearini e le bachurod; insomma, per tutto il gnolàm che ci vorrà gnainare e ascoltare, una bella simchà.

Informazioni

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Data: Mer 20 Ott 2010


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